Biciclette che hanno fatto la storia
Dalla bici in legno del 1938 alla stampa 3D: la collezione di Paolo Carosini racconta quasi un secolo di innovazione e design.

Per questo siamo andati a incontrare Paolo Carosini, appassionato di BMX flatland e collezionista, per scoprire una collezione costruita in anni di ricerca e passione.
La sua collezione conta circa 200 biciclette, e alcune di quelle che abbiamo visto raccontano quasi un secolo di design, innovazione e cultura del ciclismo.
Una bici stampata da un robot
La prima sembra venire dal futuro. Il telaio è realizzato con una tecnologia di stampa 3D robotica basata sul design computazionale. Non parte da un disegno tradizionale, ma da dati e algoritmi inviati a un robot dotato di estrusore.
Il materiale viene depositato esattamente dove serve, aumentando lo spessore nei punti che richiedono maggiore resistenza meccanica. Una volta terminata l'estrusione, il telaio viene anche fresato per rifinire la superficie.
Secondo Paolo, l'idea alla base del progetto era ottenere una bicicletta davvero personalizzabile: prendere le misure del cliente e produrre il telaio in circa tre ore e mezza-quattro ore.
T&C Pocket Bici: quando una bicicletta deve stare dentro un ovale
All'estremo opposto c'è una delle biciclette più curiose della collezione.
La T&C Pocket Bici nacque alla fine degli anni '50 e fu poi prodotta all'inizio degli anni '60 da Tressoldi & Casiraghi di Bergamo. L'obiettivo era creare una bicicletta estremamente compatta, con ruote da 12 pollici completamente racchiuse nel telaio. Il progetto nacque da un ordine di 2.000 biciclette destinate a un gruppo cinese.
La soluzione tecnica affascina ancora oggi: pedali pieghevoli, un sistema di sterzo con giunto cardanico, una doppia corona e componenti racchiusi in una struttura che sembra quasi il meccanismo di un orologio.
La storia commerciale, però, finì male. Paolo racconta che fu prodotto un primo lotto di circa 1.000 biciclette, ma il pagamento non arrivò mai e il progetto si fermò.
Kirk Precision: una bici in magnesio arrivata dalle Hawaii
Negli anni '80 la ricerca della leggerezza portò alcuni progettisti a sperimentare materiali decisamente insoliti. La Kirk Precision ne è un esempio perfetto.
Il telaio era realizzato in magnesio, un materiale molto leggero ma difficile da lavorare, sensibile alla corrosione e, soprattutto, altamente infiammabile.
Durante la produzione, racconta Paolo, alcune scintille causarono persino l'esplosione dello stabilimento. Il progetto si fermò dopo poche centinaia di unità, tra biciclette finite e parti semilavorate. Quella in collezione ha una storia nella storia. Era stata utilizzata nelle gare di triathlon alle Hawaii e successivamente abbandonata. Paolo la recuperò proprio lì e la restaurò completamente, lavorando sui danni causati dall'ambiente salino.
Una bicicletta quasi interamente in legno, del 1938
Uno dei pezzi più sorprendenti della collezione risale al 1938. È una bicicletta realizzata dai fratelli Vianzone di Torino, già esperti nella lavorazione del legno per cerchi, sci e altre applicazioni.
La soluzione adottata fu quella di combinare legno e alluminio. Il risultato è una bicicletta in cui anche il manubrio, il reggisella, i cerchi e il copricatena sono in legno. Secondo Paolo, ne furono prodotte circa 300 unità.
Ciò che la rende ancora più affascinante non è solo la sua rarità, ma il suo stato di conservazione. A quasi novant'anni dalla sua costruzione, molti dei suoi dettagli originali sono ancora perfettamente leggibili. Ed è proprio qui che emerge uno dei temi ricorrenti della collezione: il valore non dipende solo dal materiale o dalla rarità, ma anche dalla storia che quell'oggetto sa ancora raccontare.
Dal legno del 1938 al legno e carbonio contemporaneo
Paolo ha scelto di accostare alla Vianzone una bicicletta molto più recente. Il collegamento è immediato: ancora una volta protagonista è il legno. In questo caso, però, il telaio è costruito con una struttura a strati che combina legno e carbonio. Il mogano visibile all'esterno è principalmente estetico, mentre i diversi materiali lavorano insieme all'interno della struttura.
L'azienda che la produsse arrivava dal mondo dell'arredamento nautico e della costruzione di barche. La forma del telaio, racconta Paolo, si ispirò in realtà alla prua utilizzata dal figlio di uno dei proprietari. Il progetto attirò anche l'attenzione di Armani, che ne ordinò circa trenta da usare nei propri showroom. Due biciclette separate da decenni, dunque, ma unite dallo stesso materiale e da due modi completamente diversi di interpretarlo.
Colnago, Eros Poli e la ricerca del record
La sperimentazione non riguarda solo materiali e forme. Nel ciclismo agonistico, ogni dettaglio può diventare un campo di ricerca. Nel 1986 Colnago costruì diversi telai per Eros Poli, derivati dal celebre Master, modificati per ridurre il peso e adattarsi alle esigenze della pista e dei tentativi a cronometro.
Le sezioni dei tubi del telaio furono ridotte, e anche Campagnolo costruì componenti specifici. Paolo indica anche le ruote montate sulla bici come uno dei primi esempi di sviluppo orientato alla fluidodinamica e all'aerodinamica. Vista oggi, con le sue grandi ruote lenticolari e il telaio sottile, sembra quasi una macchina sperimentale. E, in un certo senso, è esattamente quello che era.
Una bici da condividere, prima ancora che esistesse lo sharing
Un altro pezzo della collezione sembra molto più recente di quanto non sia in realtà. Negli anni '80, i designer Fabrizio Cairoli e Carla Maltesi lavorarono a un progetto di bicicletta destinato al bike-sharing urbano di Milano.
Le forme furono pensate per essere immediatamente riconoscibili. Le ampie superfici potevano ospitare branding e messaggi degli sponsor, mentre il cestino era integrato direttamente nel manubrio. Quella conservata in collezione è un prototipo. Il progetto finale doveva essere realizzato in alluminio, ma la produzione non raggiunse mai davvero la scala prevista.
Oggi è interessante per un motivo principale: mostra come alcune idee che consideriamo contemporanee abbiano in realtà radici molto più antiche.
Masi 3V: una delle poche unità costruite per la squadra sovietica
Tra le bici da corsa spicca anche una Masi 3V. Faliero Masi è stato uno dei grandi nomi della costruzione artigianale italiana di telai, con la sua officina sotto il velodromo Vigorelli di Milano, luogo simbolo del ciclismo su pista.
Paolo racconta che questo esemplare in particolare fu costruito per la squadra sovietica e che ne furono prodotti solo una manciata, circa sette o otto. Il nome 3V si riferisce alle caratteristiche giunzioni volumetriche usate nel telaio, un esempio di come i grandi telaisti sapessero trasformare la tecnica in qualcosa di vicino all'artigianato artistico.
Cinelli Giotto: quando il design incontra i primi calcoli strutturali
Forse una delle biciclette che meglio rappresenta il confine tra design e ingegneria è la Cinelli Giotto. Paolo spiega che il progetto nacque da una collaborazione tra Cinelli, ingegneri legati alla Ferrari e il Politecnico di Milano.
Erano gli anni in cui si iniziò a utilizzare sistemi matematici per studiare la distribuzione delle forze e il comportamento strutturale dei materiali.
Il risultato fu una bicicletta dalle forme radicali, di cui furono realizzate circa venti unità. Vista oggi, sembra ancora sperimentale. E questo è probabilmente uno degli aspetti più affascinanti dell'intera collezione.
Collezionare biciclette significa collezionare idee
Visitando la collezione di Paolo Carosini, si percepisce subito che il filo conduttore non è la rarità.
È la ricerca.
Leggere libri, visitare mostre, ricostruire la storia di un modello, rintracciare un esemplare sopravvissuto, trovare chi lo ha progettato o chi conserva ancora informazioni su di esso.
Paolo stesso spiega che dietro questi oggetti c'è un lavoro continuo di documentazione e ricerca. Ed è probabilmente questo che rende la collezione così interessante.
Le biciclette cambiano. I materiali cambiano. Tecnologie, competizioni e persino il modo in cui ci muoviamo in città cambiano tutti. Ma la stessa domanda continua a tornare: come possiamo reinventare ancora una volta la bicicletta?
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